Si dice che il nostro paese non sia competitivo quanto altri, che manchi la spinta necessaria allo sviluppo e alla crescita, e si cercano le ragioni in aliquote e percentuali.

Sarà che di economia non capisco un granchè, ma non riesco a togliermi dalla mente una frase di Luigi Einaudi, “Chi cerca rimedi economici a problemi economici è sulla falsa strada […], l’aspetto economico è la conseguenza di un più ampio problema spirituale e morale”.

Quindi vorrei che si provasse, per tentare di rispondere a domande anche economiche,  ad occuparsi delle persone.  Mettere le persone al centro della riflessione sociale e politica per tentare di costruire attorno a loro e ai loro diritti e bisogni un sistema di proposte e processi. Mi piacerebbe insomma che si parlasse prima di tutto di politiche sociali.

Vorrei che, almeno in questo ambito, il problema economico di un welfare sempre più povero, (non  ci sono più fondi, l’ente pubblico non è più in grado di erogare contributi, vorremmo fare questo ma non abbiamo copertura economica….), fosse l’occasione per una riflessione approfondita  su come anche questo mondo debba rassegnarsi a seri e significativi cambiamenti.

Sarebbe straordinario accettare con entusiasmo e curiosità questa sfida.

Dove comunità altro non è che la declinazione al plurale di persona.

Non serve, forse, uno sguardo molto lungo: possiamo fermarci a guardare anche dentro le mura della nostra città, dove, a fronte di una virtuosissima quantità di associazioni, proposte e organizzazioni del privato sociale, manca una visione di sistema, una regia, una volontà a superare i campanili dei singoli per rispondere con ricette davvero innovative ai bisogno della comunità. Dove comunità altro non è che la declinazione al plurale di persona.

 

Ci sono cascata anch’io: eccolo lì l’aggettivo più inflazionato del momento: innovativo! Parlare di innovazione è decisamente molto di moda, se ne occupano tutti, è il paradigma di qualsiasi riflessione in campo sociale, politico ed economico….siamo nell’era del 4.0, qualsiasi aspetto della nostra vita vive il suo ennepuntozero.

Resta allora da domandarsi quali potrebbero essere le proposte per un welfare davvero innovativo anche qui, nella nostra città.

La prima risposta che mi viene in mente, paradossalmente, è quanto mai antica: risiede nella centralità delle relazioni e si concretizza nella creazione di sinergie nuove tra attori diversi. Istituzioni, singoli cittadini, enti del Terzo Settore e Aziende, ed un’amministrazione che potrebbe facilmente favorire  questo tipo di processi  lavorando sui singoli temi  attraverso tavoli interdisciplinari, coinvolgendo competenze e risorse diverse, favorendo la contaminazione dei linguaggi, creando spazi di condivisione anche fisica tra le realtà presenti sul territorio, studiando le esperienze di chi questi processi li ha già avviati.

Un secondo punto è la sostenibilità nel tempo dei progetti: dare risposte immediate a bisogni urgenti è una ricetta necessaria, spesso la più diffusa.

Se questa però diventa l’unica ricetta, il rischio è quello che manchi uno studio a medio e lungo termine di come azioni, misure e programmazioni potranno proseguire anche oltre i tempi di un progetto e di un finanziamento. Si genererà un corto circuito tra l’effetto positivo proveniente dall’impegno delle organizzazioni e la possibilità di garantire un impatto durevole sui beneficiari.

Terzo: la trasparenza. Non tutto il privato sociale è uguale. Non bastano bontà e impegno. Anche gli enti del terzo settore devono saper generare fiducia sul territorio e lo possono fare restituendo alla comunità i risultati del proprio lavoro, rendendo visibili i bilanci e trasparenti le proprie politiche. Creare, nel rapporto con la pubblica amministrazione, un sistema che tenga conto di questi comportamenti virtuosi avrà l’effetto non solo di garantire di spendere bene le risorse che sono di tutti, ma anche quello di diffondere buone prassi e una cultura del sociale che superi le criticità che non raramente, anche in questi anni, sono emerse.

Non si è detto, in queste righe, niente di nuovo: che questa sia la direzione da intraprendere è cosa ormai condivisa. Però la sensazione è che individuata la strada, appurato che gli strumenti e le energie non mancano, rimanga solo da sperare che anche a Verona si parta presto verso questi traguardi. Cominciare  dall’ascolto dei molti che lavorano sul campo, nelle organizzazioni, per creare davvero quella coesione sociale di cui sentiamo tanto il bisogno.

Silvia Sartori

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