Tempo fa ho avuto la fortuna di visitare la sede di un’associazione chiamata “I care”. Ero a Scutari con i miei allievi, in un abbacinato pomeriggio di luglio tra aromi di viti e dei fichi maturi: volevo capire perché tra i Balcani qualcuno credesse nella potenza di quell’espressione: I care… Alcuni studenti albanesi si erano messi assieme per costituire il primo gruppo di volontariato del paese: si pagavano le spese gestendo una piccola attività di ristorazione; sulle loro spalle, come una memoria ancora incombente, una delle più tetre tra le dittature.

Dovremmo imparare nuovamente il significato di quell’espressione, che per don Lorenzo Milani era esortazione e auspicio e che risuonava come tromba nell’oblio post-bellico italiano: “I care” diceva: “A me di te importa!”. E più che dirlo lo metteva in atto.

Qualche anno più tardi un’alunna di Quarta Liceo scrisse a noi professori del consiglio di classe un saggio esemplare: citando proprio don Milani [che per ironia della sorte era pure il nome della sua scuola] denunciava con rabbia la distanza tra noi “dispensatori di sapere” e loro, aggrappati al nozionismo, inadeguati al dialogo e all’ascolto, incapaci di analizzare veramente il presente. Pochi mesi dopo Silvia è stata respinta: l’abbiamo bocciata.

Poi l’omicidio Tommasoli, in quella maledetta sera in pieno centro di Verona [ma quante medesime serate ne avevano costituito il prologo] e due studenti me li ritrovo in carcere; e ora, come un bombardamento, ecco arrivare i video dei bulli, anche se sarebbe da preferire chiamarli più comunemente violenti. Da anni ci siamo abituati a chiamarla “emergenza educativa” ma forse sarebbe meglio tradurla con il termine di “urgenza” dato che imprevisto non è: la frequenza con la quale si ripetono episodi di violenza -verbale o fisica- nelle scuole sembra non lasciar tregua, d’altra parte tutti questi episodi di cronaca gonfiano la bocca dei titolisti dei giornaloni e dei vari quarto grado televisivi.

Negli anni della Buona Scuola l’adolescente è una valanga che a monte non ha più alberi ne’ ceppi a frenare o incanalarne la via, mentre a valle scarica tutto il suo legittimo e prevedibile dramma.

I vari “Pierino” e “Gianni”, protagonisti dell’esperienza educativa sperimentale di Barbiana come reagirebbero oggi? E cosa direbbero dei nostri alunni? Di sicuro una cosa: chiederebbero loro di avere ambizioni; di porsi centinaia di domande e di pretendere qualche risposta dai loro professori. Gli stessi Pierino e Gianni chiederebbero a noi docenti innanzitutto se crediamo in quanto ci proclamiamo d’essere e se mettiamo ancora il sorriso tra una lezione e l’altra. Ci parlerebbero del “me ne importa” anche quando si scontra contro i muri di gomma della rabbia di un quindicenne che indossa un casco in classe, che domanda alla prof di prostrarsi, che tormenta il docente di volgari allusioni, che ammicca distruggendo quel minimo di autorevolezza che nessuno gli ha insegnato ne’ dimostrato nella vita; insomma che fa in realtà tutto quello che passa per le televisioni e i tablet.

E Pierino e Gianni parlerebbero soprattutto ai compagni di classe omertosi social-patologici, che fanno la cosa più semplice del mondo: seguire il più forte, ovvero colui che fa la voce più grossa.

E invece dobbiamo ridar loro la parola, il senso del limite e della discussione, il gusto del sapere che fa vivere. Negli anni della Buona Scuola l’adolescente è una valanga che a monte [la famiglia, il quartiere, il paese, la città!] non ha più alberi ne’ ceppi a frenare o incanalarne la via, mentre a valle scarica tutto il suo legittimo e prevedibile dramma. A valle c’è la scuola, e a valle ci stanno i proff che faremmo bene a chiamare ancora educatori, anche se a volte sono più nonni che altro, costretti a rimanere in cattedra loro malgrado. A valle li aspetta con il proprio carico di incertezze il futuro che stiamo insegnando essere riservato a chi inganna o a chi urla. La scuola sembra divenire unicamente un campo di battaglia dove ciascuno deve difendersi. E dunque: me ne frego.

 

Non capiamo probabilmente che quella di don Lorenzo Milani non fu una scuola che doveva essere imitata perché –come ebbe a dire lo stesso sacerdote di Barbiana, non esiste ne’ esisterà mai un sistema perfetto, tantomeno nell’urgenza di questi giorni e di questi tempi.

Tempi forse mai così distanti e neppure così vicini a quella “[…] minuscola parrocchietta di campagna oppure nel piccolo di una famiglia dove il babbo e la mamma fanno scuola ai loro bambini.” [L. Milani, Lettera a Nadia Neri].

 

A proposito: l’ “I care” di Scutari funziona e ora è diventato pure un delizioso laboratorio di pasticceria al di là dell’Adriatico: provare per credere.

Lamberto Scolari

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