Durante gli scorsi mesi di campagna elettorale, pieni di fermento e tensione politica, abbiamo assistito in Italia alle più disparate promesse e alle più differenti proposte programmatiche. Se, tuttavia, temi decisamente sentiti dalle persone, come l’emergenza migranti, l’economia, i rapporti con l’Unione Europea oppure le esigenze del mondo del lavoro sono stati ampiamente squadernati dai principali partiti e dalle coalizioni in lizza, non si può dire lo stesso di altre questioni. Prima tra tutte l’emergenza ambientale, affrontata in modo serio e sistematico solamente da una parte dei movimenti candidati, ma ancora troppo lontana dalle luci della ribalta e dalle attenzioni dell’opinione pubblica.

Ambiente e sostenibilità devono essere la nuova priorità

Definire la questione ambientale una “emergenza”, sia ben chiaro, non ha nulla a che fare con il mondo ambientalista o con tentativi di inveterato allarmismo da parte di ipotetiche frange estremiste. Definire la questione ambientale una “emergenza” ha a che fare piuttosto con la termodinamica e affrontarla come tale è un dovere morale. Utilizzando qualche similitudine economica, sicuramente più familiare ai più, immaginiamo il Pianeta come un sistema economico chiuso e in fragile equilibrio, in cui tutto ciò che accade deve rispettare un rigoroso patto di stabilità e delle ferree leggi di economia per non finire in default: se si spende più di quanto si guadagna, si crea debito, e se questo debito cresce eccessivamente, il sistema finisce in bancarotta. L’economia degli ecosistemi del Pianeta funziona esattamente in questo modo e da circa quarant’anni l’umanità sta crescendo distruggendo i capitali naturali e facendo debito.

Il fatto che questa patata bollente debba essere trattata urgentemente come un dovere morale deriva da una semplice constatazione: il tempo a disposizione per evitare il collasso del Pianeta è limitato a poche decine di anni ed è quantomeno necessario intervenire con una nutrita spending review nei confronti dell’impatto dell’uomo sul Pianeta e con consistenti investimenti in tecnologie alternative a quelle finora utilizzate. Purtroppo questa urgenza incontrovertibile, testimoniata da migliaia di studi scientifici realizzati dalle menti più brillanti e illuminate del Pianeta e pubblicati sulle più autorevoli riviste scientifiche, resta il più delle volte un tabù inviolabile.

Il problema principale, a mio avviso, è il fatto che noi, società del benessere abituata a trovare il necessario per sopravvivere direttamente sugli strabordanti scaffali del supermercato e a ordinare su un dispositivo elettronico qualsiasi tipo di prodotto proveniente dall’altra parte del mondo, abbiamo perso il contatto con la realtà. Non siamo più consapevoli del fatto che tutto ciò che facciamo ha una conseguenza più o meno indiretta sul Pianeta. Abbiamo dimenticato che ogni oggetto per le nostre mani è in qualche modo frutto dell’equilibrio degli ecosistemi naturali e rappresenta inevitabilmente una voce tra le “uscite” nel famoso bilancio che, pur non ricordandocelo, avremmo dovuto rispettare. Pena la bancarotta naturale.

Perciò, mentre gli argomenti di discussione delle nostre società rimangono la borsa, i lunedì neri, le bolle speculative e la crisi economica, il tempo passa e si riduce il margine d’intervento per gestire la crisi ambientale ed evitare il collasso del sistema. Mentre trascorriamo la domenica pomeriggio chiusi nei centri commerciali consumiamo le risorse di un Pianeta e mezzo, dilapidando cioè in pochi mesi le risorse che la Terra è in grado di rinnovare in un anno e bruciando per sempre il capitale naturale di un altro mezzo Pianeta per il resto dei giorni; eppure è evidente che tagliare le catene trofiche e demolire interi ecosistemi non è mai un buon affare, visto che tutto ciò che possediamo è frutto di quell’equilibrio fragile. Facciamo estinguere intere specie animali e vegetali dagli ecosistemi, donando dieci euro a qualche onlus animalista per proteggerle; eppure è evidente che il problema non è nell’ultimo povero esemplare di orso polare rimasto sulla calotta artica, ma nel fatto che tutto ciò che mangiamo e che acquistiamo comodamente al supermercato o sulla nuova App per smartphone è inestricabilmente legato a una catena alimentare che stiamo inconsapevolmente tagliuzzando. Bruciamo milioni di tonnellate di petrolio e carbone per spostarci, riscaldarci, avere luce e caricare i telefonini; eppure è evidente che bruciare queste sostanze aumenta la concentrazione di gas a effetto serra e modifica il clima del Pianeta, causando enormi danni a tutte le specie.

Questi ovviamente sono solo alcuni esempi di quello che si definisce “impatto dell’uomo sul Pianeta”; ce ne sarebbero molti altri da aggiungere, ma è bene conservarli per altre occasioni. Ciò che però unisce questi stravolgimenti senza soluzione di continuità è senza ombra di dubbio l’inconsapevole vittima comune: l’uomo. Se infatti il Pianeta è da sempre perfettamente in grado di ristrutturarsi e trovare nuovi equilibri, sono invece proprio le società umane, con la loro complessità e il loro rapporto apparentemente invisibile con il Pianeta, a dover fare le spese di un possibile default naturale e del rapido verificarsi di condizioni non più ospitali per l’uomo, condizioni a cui difficilmente saprà adattarsi in tempi brevi. A questo punto, sarebbe forse meglio parlare di “impatto del Pianeta sull’uomo”.

Malgrado il supermercato sia per noi sempre pieno e la pompa di benzina ancora lì pronta a erogare derivati del petrolio, le prime conseguenze si stanno già mostrando impietose su buona parte del Pianeta, tanto da costringere milioni di donne e uomini a vivere (e morire) in guerre architettate per accaparrarsi risorse sempre più scarse, e a fronteggiare condizioni climatiche sempre meno favorevoli, fuggendo verso altri lidi. L’Italia dovrebbe saperne qualcosa. Fare i conti con questi fatti solitamente dà fastidio; si tende a rimuovere, a non rendersi conto che la strada intrapresa finora non porta da nessuna parte e che volenti o nolenti dovremo tutti prima o poi fare i conti con l’epoca delle conseguenze. Ma allora ci inventiamo il negazionismo e crediamo alle fake news, pur di non rinunciare al bel sogno che ci siamo costruiti; eppure è evidente che è questione di termodinamica e che il tempo a disposizione è molto poco.

 

Marcello Pecorari

 

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