In tutta Italia, se non in tutta Europa, assistiamo a un fenomeno di ripensamento delle politiche giovanili. Si ha quasi la sensazione di assistere a una riscrittura collettiva e vivace di un manifesto anti-generazionale, nel quale il termine giovane perde il proprio portato ideologico per guadagnare un ruolo di primo piano. Le politiche giovanili in quest’ottica non propongono, quindi, una pianificazione stabile e univoca perché non sono politiche di settore o di servizio, ma diventano metodo di azione trasversale destinate al potenziamento di chi porta nuovi punti di vista. A me piace pensare ai “giovani” non tanto come a una categoria quanto più a un modo d’essere, nuovo appunto, inconsueto. Le politiche giovanili hanno il grande pregio di poter entrare in contatto più facilmente con questa ricchezza di nuove idee, e non possono permettersi di uniformare questa varietà, ma al contrario la loro funzione è legittimarla e valorizzarla.

In fondo il valore del pubblico è dato proprio dal fatto che appartiene “a tutti”, quindi politiche che si definiscono tali devono generalmente avere questo approccio che chiameremo “divergente” rispetto al senso comune. E oggi è quanto mai urgente che questo tipo di approccio operi per consentire a chi è portatore di nuovi punti di vista di elaborare nuove risposte a vecchi (e nuovi) problemi.

Giovani non è solo tempo libero ma è proposte e protagonismo: futuro.

Il vero ruolo cui possono assolvere oggi le politiche giovanili riguarda proprio l’ambito delle risoluzioni a diversi stili tradizionali che sono entrati in crisi: dal lavoro alla casa, dal sociale al culturale, dall’ambiente alla mobilità, dall’economia al welfare e così via. Senza restringere l’ambito di intervento, che chiameremo giovanile per comodità, alla sola formazione e al tempo libero.

Oggi l’emergenza riguarda il tempo occupabile, la necessità di riconoscere e potenziare il protagonismo di chi ha qualcosa da dire e da fare. Meglio se in controtendenza rispetto a un passato oggi non più sostenibile. Insomma potremmo intenderle come politiche di capacitazione, che superino finalmente il consueto approccio disagio/agio perché diventano per loro natura aperte e democratiche e anzi proprio per questo motivo adatte a garantire a tutti e a tutte l’accesso ai diritti sociali e a una propria collocazione all’interno della società.

Ed ecco allora che assistiamo, laddove le politiche giovanili sono veramente abilitanti, a piccoli miracoli di rinascita e di rigenerazione dei luoghi e delle comunità. Le nuove idee giovani, meglio se legittimate anche dal pubblico, plasmano territori reattivi e produttivi di nuova ricchezza non solo economica, ma anche relazionale. L’approccio della condivisione aumenta l’interazione e abbatte le spese. Basti pensare alla rivoluzione dell’uso della macchina in condivisione (car-sharing) o alle molte soluzioni di abitazioni a servizi condivisi (co-housing) che stanno fiorendo nella nostra Penisola. Risposte, queste ultime, che possono rappresentare peraltro forme di assistenza sostenibili e dignitose anche alla terza età. A dimostrazione che quando parliamo di politiche giovanili non parliamo di servizi a favore dei giovani, quanto di proposte innovative a favore di tutti. Parafrasando un famoso presidente nordamericano, questo è il punto di vista che dobbiamo assumere oggi: non chiediamoci cosa possiamo fare noi per i giovani, ma cosa i giovani possono fare per noi.

Ecco perché, infine, ritengo che non sia azzardato oggi affermare con una certa sicurezza che le politiche giovanili sono prima di tutto politiche di innovazione e di rigenerazione sociale, culturale ed economica. Perché, se non altro come azione pubblica, delimitano quell’ambito in cui si possono mettere a disposizione beni e strumenti della collettività affinché generino nuove idee e nuove destinazioni, nuove imprese e nuovi servizi a vantaggio di tutti, nuovi modi di stare assieme e di assistere chi è in difficoltà, nuovi modi di vivere lo spazio pubblico, ma anche lo spazio privato.

 

Luca Bizzarri

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